Neolatino “globale”? Non possumus
09/02/2009Si contano attualmente sempre più numerose le prese di posizione a favore di una lingua di garanzia che sostituisca l’inglese nei rapporti diplomatici tra le diverse nazioni: una lingua-ponte che possa contrastarlo sia dal fronte propriamente politico, che guarda al suo dominio planetario come a una propaggine dell’impero americano, sia da quello più direttamente linguistico, che vi scorge invece una grave minaccia alla sopravvivenza delle singole lingue nazionali (italiano compreso, of course). In tempi recenti, al fine di favorire lo stabilirsi di una vera democrazia della comunicazione, si sono riaffacciate così varie ipotesi di promozione di un’apposita lingua artificiale in grado di opporglisi sul piano internazionale.
Potrebbe essere l’esperanto inventato da Lejzer Ludwik Zamenhof alla fine dell’Ottocento, quando furono elaborate tante altre lingue artificiali basate per lo più sul latino (con il supporto del francese e del tedesco, le lingue più parlate allora in Europa). Oppure, nella ristretta ma decisiva prospettiva eurocentrica, il più moderno europanto; rispetto alle 16 regole dell’esperanto (da studiare, per quanto elementare possa essere) l’europanto, nelle intenzioni del suo ideatore, Diego Marani, si imparerebbe senza alcun bisogno di norme: basta masticare un po’ d’inglese e mescolarlo a qualche tratto morfo-lessicale proveniente da almeno altre due lingue europee e il resto, secondo il suo ottimista creatore, viene da sé.
Sulla “Repubblica” del 13 dicembre scorso, in risposta a un lettore critico verso la riforma Gelmini per la decisione di aver reso opzionale il latino studiato al liceo (di fatto depennandolo, posto com’è in alternativa a una lingua straniera), Corrado Augias ha ricordato l’esistenza di “un’associazione internazionale dei latinisti che periodicamente si riunisce e tiene le sue assemblee e relativi verbali nella lingua di Virgilio”; un’“ottima iniziativa” , ha aggiunto, e tuttavia “leggermente venata di mestizia poiché il latino è indiscutibilmente una lingua morta e nessuna associazione di volenterosi riuscirà a farla rivivere”. Eppure c’è chi, a rispondere perfettamente allo scopo di contrastare l’inglese veicolare globale, pensa possa essere proprio l’antica lingua di Roma.
Secondo Mario Gabriele Giordano, che ha affrontato l’argomento sulla terza pagina dell’“Osservatore Romano” del 12 agosto 2006 (La questione del latino), dovrebbe essere il latino a farsi carico di rimpiazzare l’inglese nel contesto delle relazioni politico-diplomatiche tra i diversi stati europei. Esso soddisferebbe perfettamente l’“esigenza di individuare un idoneo strumento di comunicazione internazionale posta in generale dal processo di globalizzazione e in particolare dalla realtà dell’Unione Europea […]. Se dunque a levarsi in favore del latino fossero nel tempo voci tanto autorevoli e coraggiose da sfidare interessi precostituiti e gli immancabili sorrisetti dei mediocri, non è detto che la lontana prospettiva di una sua assunzione a lingua internazionale sia solo un’idea da sciocchi”.
Mi aggiungo volentieri, mentre scorro le proposte di traduzione avanzate negli anni da insigni riviste accademiche (come “Vox latina”) e rilanciate da manuali semiseri e siti goliardici, alla lista dei mediocri immancabilmente sorridenti. Nella lista di latin neologisms in appendice a una guida turistica pubblicata nel 2005 dalla Regione Lazio (Latinum. Easy, Quick and Funny Latin. The First School of Latin for Tourists and People Fond of Ancient Rome) si accolgono, fra gli altri, armarium frigidarium per indicare il frigorifero e instrumentum aeri temperando per il condizionatore. Da http://www.torreomnia.com e altri siti analoghi si trae con profitto una gran quantità di materiale verbale utile per imparare a parlare e a scrivere in eurolatino: i turisti si possono immaginosamente chiamare viatores voluptuarii; aria condizionata, autostrada, grattacielo si rendono con temperatus aer, via autocinetica, caeliscalpium; un comune surgelatore diventa nientemeno che un’arca gelatoria (prima perduta e poi miracolosamente ritrovata?) e una lavatrice una fullonica electrica; un calciatore assume il gladiatorio appellativo di pilae coriaceae lusor – chissà cosa ne avrebbe pensato l’indimenticabile Gianni Brera –, un kamikaze si trasforma in un voluntarius sui interemptor, un agente segreto è un occultus speculator; la sigaretta si accaparra un’inquietante fistula nicotiana e la bomba atomica un quasi tenero pyrobolus atomicus. Basta dire abbronzarsi: si dica piuttosto sole infuscari. Urge un preservativo? Assai meglio penis tegumentum. Se i separatisti sono studiosi secessionis a quelli baschi si dovrebbe assegnare, tanto hanno “studiato” per diventarlo, una bella laurea honoris causa. Una minoranza etnica? Minor pars allophila. Un’orchestra da ballo? Symphoniaci saltationis. L’astronave? Navis sideralis. Il computer? Instrumentum computatorium. Un allucinogeno? Un terapeutico Halucinans medicamentum, per il gaudio dei consumatori di spinelli. Una pista gelata? Un curriculum glaciale, che immaginavo potesse essere sinonimo di ‘resoconto della propria esperienza lavorativa scritto con impressionante freddezza e controllo di penna’. L’anglico coffee break lasci il campo – non si fa a tempo a pronunciarlo che il tempo per la pausa caffè si è già esaurito – a un ineguagliabile intervallum ad bibendum (arabicam potionem) e il suo conterraneo whisky a vischium, da tracannare rigorosamente sotto l’albero natalizio. E se si vuole estirpare una volta per tutte la mala pianta dell’anglo-americano dalle lingue in cui è attecchito, senza spremersi troppo le meningi per escogitare sostituti interni, si può consultare il Lexicon Latinum di David Morgan (http://www.culturaclasica.com), che insegna francese alla Furman University (South Carolina): da inflation (rei nummariae nimietas) a racket (negotium subdolum), da photocopy (exemplum luce impressum) a war of idipendence (bellum restituendae patriae), sono diverse migliaia le voci e le locuzioni inglesi tradotte in eurolatino.
Affrontare l’inglese con le armi obsolete o spuntate di creativi e nostalgici è una guerra persa prima ancora di cominciare a combatterla. A patto di non lasciarsi tentare da eccessi di dirigismo e di rinunciare a imbracciare il fucile, meglio affidarsi alle risorse “naturali”: gli idiomi nazionali.
10:25
Insegno italiano e latino e nutro una passione per la storia della lingua, risorsa cui ricorro per dare anche ai miei studenti il gusto della prospettiva. Certo, il latino di Cicerone, di Plauto, di Petronio è confinato irrimediabilmente nei nostri libri. Tuttavia, quel latino è stato grande anche nell’evitare ogni forma di cristallizzazione e nel correr dietro al nuovo che si affacciava nel mondo, via via che Roma ne assumeva il controllo politico-economico. In questo senso non trovo necessariamente risibili le forme riportate nell’articolo (del resto, la Chiesa da anni è all’avanguardia nel trovarne: si veda il lexicon recentis latinitatis) e credo che affiancare (non sostituire) all’inglese il latino, la prima lingua ad esser stata parlata in tutta Europa, ci restituirebbe quell’identità che ora appare decisamente in ombra. I nostri studenti, poco inclini a ravvisare nel latino le strutture logiche, ne trarrebbero un vantaggio immediato: l’utilità e la spendibilità di una lingua di cui l’italiano non è che l’estrema evoluzione.
18:40
Gentile Monica,
la mia opinione, ma vale naturalmente quanto la sua, è che il latino non servirebbe allo scopo perché non è in grado di parlare a comunità di parlanti sempre più complesse (sfocate, instabili, fluttuanti…). Per questo sono convinto che dovremmo puntare piuttosto sulle lingue nazionali, attorno alle quali possiamo ancora stringerci e cementarci, prima che sia troppo tardi, se vogliamo tentare di investirle seriamente di responsabilità europee.
21:28
Il problema del latino non è tanto la difficoltà della creazione lessicale (ad es. il computer, più che instrumentum computatorium, potrebbe benissimo chiamarsi semplicemente computatorium o computator e se qualcuno obbietta che computator è un nomen agentis animato, ricorderò che lo stesso vale per l’inglese computer, che un tempo indicava appunto colui, o colei, che per mestiere eseguiva calcoli complessi -denominazione che è passata alle macchine elettroniche solo alla metà del XX secolo). Il latino può essere tranquillamente espanso, specie il latino medievale. Il problema è ovviamente la morfologia, con tutte le situazioni che ne derivano. Non è difficile tradurre atomo, nucleone, protone, neutrono, neutrino, neutralino, supersimmetria, buco nero. Il problema è che la descrizione di un buco nero in latino “moderno” suonerebbe così:
Nigrum foramen
Dicitur nigrum foramen astrum quoddam super se implosum, gravitate ipsa materiem sideralem ad extremum collapsum trahente. Cum ob ingentem vim gravitationalem lux ipsa ex astro morienti effugere nequit, secundum naturales leges ab Einsteinio in suo “De generali relativitate” libello perscriptas et clarissimo ingenio monstratas acutissimisque mathematicis elucubrationibus conditas, postquam materies sideralis intra radium quod “Schwartchildii” vulgo a naturalibus philosophis vocatur, inventoris de nomine, coacta est, astrum ipsum quadam geometrica spatiali temporalique singularitate absconditum nunquam in caelo videtur, et quasi nigrum pertusium in cubiculo obscuro nullum vestigium sui relinquit, nisi quod ipsa vis gravitationalis praesentiam suam vicinioribus corporibus (sicut planetis sive astris) denuntiat…
[trad. "Buco nero": Si dice buco nero un astro imploso su sé stesso, dato che la stessa gravità trascina al collasso la materia stellare. Dato che la luce stessa, in virtù dell'ingente forza gravitazionale, non riesce a sfuggire alla stella, secondo le leggi fisiche accuratamente descritte e sostenute in base a profondissimi formalismi matematici da Einstein nel suo articolo sulla relatività generale, a partire dal momento in cui la materia stellare si contrae all'interno di quello che in genere, fra i fisici, si chiama raggio di Schwartchild, dal nome di colui che ne formulò la definizione per primo, l'astro stesso, nascosto da una singolarità nella geometria dello spaziotempo, non si scorge più in cielo, e simile a un buco nero in una stanzetta buia non lascia alcuna traccia di se, a parte il fatto che la gravità stessa ne denuncia la presenza ai corpi vicini (pianeti o stelle che siano)...]
Il problema della morfosintassi e del giro sintattico di una lingua fusiva ad alto grado di sinteticità e dell’orientamento della dipendenza proprio di un ordine OV renderebbe poco maneggevole il tutto. Anche se sarebbe bellissimo. E scusate se non ho osservato nemmeno una delle regole della netiquette. Io sono netscostumato.
10:51
I miei complimenti per l’”esercizio di stile”.