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Osservatorio della lingua italiana

Anglomania o anglofobia? In medio stat virtus

16/02/2009

L’imperante anglomania balza ogni tanto all’onore delle cronache. Il destro per dare fuoco alle polveri, linguisticamente parlando, contro la solita genuflessione del genio italico alla “perfida Albione” l’ha offerto ultimamente un lettore del “Corriere della Sera. Magazine” del 15 gennaio scorso:

Dear Mr Severgnini and friends, it’s time to put an end to this nonsense! Scrivo in inglese, la nuova lingua ufficiale dello Stato (provinciale) d’Italia. Dopo un crescendo di titoli pseudo-English sul Corriere ecco il “do di petto”: “Election day” (giorno per votare?). Come emigrato in UK da più di 25 anni, dico: l’imbastardimento della mia lingua sta assumendo livelli tragicomici.

Firmato Roberto Bugiolacchi. Ed ecco la risposta del destinatario della missiva, Beppe Severgnini:

Il Corriere si limita a riportare i termini (purtroppo) in uso. Per il resto: ha ragione, RB, è ridicolo. Con “social card”, credo, abbiamo toccato il fondo. Ora possiamo cominciare a scavare, come vuole la tradizione.

Se invece di social card si fosse parlato di carta sociale? Non sarebbe stato lo stesso. Una card è una card; c’è la carta di credito, certo, a contendere il campo a credit card, ma viacard non ha concorrenti (carta viaria, chessò, o carta autostradale), carta intelligente può difficilmente spuntarla su smart card e ci sono ancora la safety card, la family card… Non mi pare insomma così scandaloso, né tantomeno sintomatico del raggiungimento del “fondo”, il ricorso a social card.

Non ci si deve naturalmente, come certi anglomaniaci, coprire di ridicolo; se un buon equivalente italiano del termine o della locuzione inglese esiste è bene, e salutare, che ci si sforzi di adoperarlo. Claudio Giovanardi e Riccardo Gualdo, in un libro di qualche anno fa (Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?, con la collaborazione di Alessandra Coco, Lecce, Manni, 2003), segnalavano l’incredibile control room per indicare una volgare portineria (ancorché universitaria); i pretenziosi e inutili customer care e customer service, che potrebbero essere sostituiti senza problemi da assistenza clienti e servizio clienti; l’onnipresente web, a cui rete (rallegriamocene) dà il suo bel filo da torcere, e l’odioso attachment, che non mi convincerò mai a sostituire a un più sobrio ed elegante allegato. Ma per una battaglia che può aver senso, e nella quale è giusto continuare a spendere le proprie forze, un eccesso di zelo traduttorio può rischiare di trasformare una “guerra giusta” in un’inane lotta combattuta contro i proverbiali mulini a vento. Se ne rendono perfettamente conto anche Gualdo e Giovanardi, che danno pochissime chance – e ci mancherebbe – a (canale) chiacchiera, ora felice, ospedale in giornata come futuri sostituti di chat line, happy hour, day hospital. Qui i rimedi sono tutti, a vario titolo, peggiori del male da estirpare; e aggiungerei alla serie gli improponibili o improbabili giralibri per bookcrossing, bordello per eros center, pressione autorevole per moral suasion e ingolfare per spamming.

C’è poi il problema dell’esattezza, della specializzazione, della ramificazione – formale o semantica – dell’originale, che in molti casi il traducente italiano non può, non riesce in nessun caso a risolvere.

Mai  e poi mai persecuzione potrebbe subentrare a mobbing, un banner non potrà mai trasformarsi in uno striscione, nessuno potrà mai credere seriamente che outing possa evolvere in ammissione (pubblica), question time in botta e risposta, slow food in mangiar bene e sneakers in scarpe da ginnastica. La strada è in salita anche in altre situazioni, a meno di tentare la via di un equivalente generico (piano per road map) o di arrampicarsi sugli specchi di semiserie, brutte o ruvide parafrasi: il push up che diventa reggiseno volumizzante, lo spinning che lascia il posto a ciclismo stazionario (purché non si aggravi…), think thank che cede le armi a pensatoio, cocooning e nesting soppiantati rispettivamente da stile bozzolo e stile nido. Quanto ai termini e locuzioni inglesi polisemici, le loro eventuali traduzioni italiane dovrebbero essere in molti casi almeno duplicate o triplicate: stile bozzolo, in quanto a cocooning, se è adatto a rendere il concetto di chi ama trascorrere tutto il proprio tempo libero in casa propria, al riparo da eventuali pericoli esterni, non si presta invece a tradurre la water cocooning therapy (per questa ci sarebbe la coccoloterapia); e mobbing, in ambito etologico, non è la persecuzione ma l’assalto, a scopo difensivo, portato da un gruppo di uccelli a uno o più rapaci (attacco di gruppo).

Durante il ventennio fascista la Commissione per l’Italianità della Lingua della Reale Accademia d’Italia, incaricata di espungere dall’italiano i numerosi, contaminanti forestierismi proponendone efficaci traduzioni nel patrio idioma, si trovò ad affrontare, in tre anni di attività (1940-1943), diversi casi analoghi. Come rendere, per esempio, l’ostico camion? La definitiva risposta è nel verbale dell’adunanza del 24 novembre 1941, riprodotto in Gabriella Klein, La politica linguistica del fascismo (Bologna, il Mulino, 1986), pp. 198-200:

La Commissione, su proposta di [Francesco] Severi, decide di rispondere agli Enti interessati che si può usare indifferentemente autocarro o camion; inoltre si può usare il vocabolo trattore quando l’autocarro ha funzione di rimorchio; nel caso che l’autocarro sia munito di cingoli, si dirà: autocarro a cingolo.

Una lingua per una nazione, una nazione per una lingua. A tutti i costi. Poco importa se l’equivalenza fra identità linguistica e identità nazionale restituiva inutilmente tre (autocarro, trattore, autocarro a cingolo) per quell’uno da eliminare (camion) che mi sarei volentieri tenuto come il mitico, imbattibile fustino del detersivo per panni di un vecchio spot-tormentone. Erano anni, quelli del regime, in cui il “purismo di stato” (Sergio Raffaelli) imponeva scelte spesso impopolari e radicali che il “neopurismo” di Bruno Migliorini provò ripetutamente a edulcorare; anni di fermento nomenclatorio e traduttorio, di una stravagante “immaginazione al potere” da cui è scaturito un incredibile florilegio di surrogati indigeni di anglicismi, francesismi, ispanismi, esotismi: arlecchino per cocktail, assegno per check (e chèque), carasso per curaçao, cialdino per cachet, comunella (o chiave maestra) per passe-partout, fine pasto (o fin di pasto) per dessert, ginepro per gin, lista per menu, obbligata per slalom, passata per purée, punto (o alt) per stop, rimessa per garage, (uovo) scottato per (uovo) à la coque, spirito d’avena per whisky, (a) tantum per (a) forfait. E ancora, a sostituire il parquet, il tassellato o la riscrittura perifrastica, in forma di fittizia unità lessicale superiore, pavimento in legno; la carrozza letti per il pullman (nel senso di ‘carrozza ferroviaria arredata’) e lo stallo per lo stand; l’esilarante giro di botteghe per shopping (ve lo immaginate I love shopping di Sophie Kinsella tradotto Amo il giro di botteghe?); gli adattamenti come broscia per brioche o tabarrino per tabarin.

Nel 1934 tale Anna Cillis, figlia di un italiano emigrato a New York e reduce da un recente viaggio nella penisola, scrive a Benito Mussolini una simpaticissima lettera (riportata in Klein, La politica linguistica del fascismo cit., p. 177 sg.):

Eccellenza, la scrivente sono una insegnanta in Inglese e sono figluola del Signor Antonio Cillis. Due anni fa, sono stato in Italia nella vostra bella patria ed ho trovato per mia meraviglia che per ogni paese o città che andava trovava che si parlava diverse e vistito diverse. Domandai le ragione e mi fu risposto che e una usanza antichissima, ma che nei tempi moderni se ne par far di meno perché l’analfabetisima e distrutta per sempre.

Gli Stati Uniti che sono cento vento milioni di abitante parlano un solo linguaggio e vestono un solo vistiarie.

Eccellenza, a lei resta il dafarsi. Sono sicuro che le donne Italiane lo benediranna, e la nazione acquistera rispetto, onore, e orgoglio; e le madre non dimenticheranno, menzionnare il suo nome a i lore bambini.

Saluti a tutti coloro che sovernano la cara patria dei miei genitori. Che il Signore le benedica.

Anna Cillis
Insegnanta

Quella diversità che suscitava lo stupore di Anna Cillis è quanto di più prezioso possa vantare la nostra tradizione linguistica, e la diversità presuppone il rispetto delle differenze a monte di ogni altra considerazione. Allora erano i dialetti, che tuttavia ancora resistono; oggi, a fare la differenza, sono anche e soprattutto gli inserti stranieri: inglesi, francesi, arabi…; non importa. Lo snobismo esterofilo, ho già detto, non è accettabile; nemmeno però quello ciecamente italofilo, di pasta, se vogliamo, anche peggiore.

Eppoi qualche termine inglese in più non sarà certo la fine del mondo. Niccolò Machiavelli lo aveva già compreso; le lingue non subiscono danni, almeno non più di tanto, dalle infornate di vocabolario straniero: “quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro”. Lasciamo allora che sia l’italiano, abbastanza in salute malgrado le apparenze, a “disordinare” l’inglese; non “puzza” in fondo più di tanto questo nuovo, “barbaro dominio”.

Commenti | 7 risposte

  1. c’è del vero in quel che dice, caro arcangeli (mi complimento per l’interessante blog!), alcune battaglie di retroguardia sono inutili; ma ci sono alcuni abusi di termini inglesi in certi ambiti (aziendali soprattutto) che fanno spesso spanciare: manàggement invece di dirigenza è il più diffuso, badge (tesserino è così insulso?) che oltretutto diventa beige, begg, besg e simili. Oppure sui sacchetti di plastica la scritta “sono il tuo shopper, amami!” (cioè “sono il tuo compratore, amami”).
    Di solito, però, quando si trova una forma inglese per cui ci sarebbe un equivalente, è perché qualcuno cerca di rifilarti una fregatura!
    vedi, la social card (tessera, non dico annonaria, ma sociale o simili non mi pare poi così male)
    oppure le sneakers che vendono molto di più delle scarpe da ginnastica (e a rigore, in americano, sarebbero solo quelle da basket… pardon, da pallalcesto).

    • Caro Garbellini,
      ha ragione; sulla pronuncia dell’inglese in bocca italiana ci sarebbe davvero da sbellicarsi dalle risate. Ma anche sulla pronuncia di molte parole italiane (i media insegnano) non è che siamo messi proprio bene…

  2. Concordo col fatto che alcuni termini inglesi vanno semplicemente accettati, ma sono dell’avviso che altri vanno evitati.

    Perché i concorrenti, adesso, sono chiamati competitor?

    Perché abbiamo il Ministero del Welfare?

    Perché l’assistente alle vendite è diventato il sales operator assistant?

  3. Non mi sembra che questa sia l’interpretazione giusta delle parole di Machiavelli. Ai suoi tempi e sino a circa 100 anni fa, i forestierismi non entravano integri in italiano, bensì venivano assimilati attraverso adattamenti al sistema fonomorfologico dell’italiano; un esempio noto a molti è “bistecca” da “beefsteak”, ma ce ne sono tantissimi altri. Machiavelli non adoperava parole straniere ma anche se l’avesse fatto, le avrebbe toscanizzate; questa è l’interpretazione di Arrigo Castellani in “Morbus Anglicus”.

    È solo in quest’ultimo secolo che la capacità assimilatrice dell’italiano si è andata gradualmente indebolendo perché le parole si apprendono di più attraverso la scrittura che l’ascolto, come ben ci ha spiegato Bruno Migliorini in vari suoi saggi, vedi per esempio “Purismo e neopurismo”.

  4. Verissimo, caro Crivello. La situazione odierna non è certo comparabile con quella al tempo di Machiavelli, la cui affermazione vale però come questione di principio applicabile a ogni epoca: una lingua “patriottica” è una lingua che converte al suo uso i vocaboli prelevati da altre lingue. Machiavelli non dice “traduce” o simili, si badi, ma “converte al suo uso”; intende affermare cioè che quella lingua “patriottica” piega le parole ai modi della loro utilizzazione nei diversi contesti in cui possono essere usate (la sua forza risiede nella capacità che possiede di “disordinare” il lessico straniero). La questione dell’ingerenza dell’inglese (odell’anglo-americano), peraltro, tocca anche aspetti che vanno al di là del semplice prestito lessicale: anche a me competitor infastidisce (come Rai Educational o Rai International, che Marcello Veneziani, quando era consigliere Rai, ha tentato vanamente di combattere), ma come la mettiamo con tutti quei tipi microsintattici (per es. video-dipendente) che invertono l’ordine “naturale” dell’italiano?

  5. Gent.mo Dott. Arcangeli, ho davvero apprezzato il suo articolo sull’anglomania ma mi permetta di farle una domanda: perchè il suo articolo si conclude con “POSTATO DA…”? Non sarebbe più italiano un semplice “INSERITO da”?
    Mi perdoni per questa osservazione ma credo che si debba ridimensionare l’uso dell’inglese laddove possibile…

    • Cara Giovanna,
      “inserire” sarebbe senz’altro più italiano ma, secondo me, sarebbe meno pregnante di “postare”. Ci sono anglicismi brutti, altri meno brutti, altri senz’altro accettabili. Mi pare che “postare” rientri in quest’ultima categoria, oltre a essere coerente con “post”, ormai diffusissimo (per quanto, anche in questo caso, sostituibile con un termine della nostra lingua).