Non si può non dare ragione a Luisa Carrada, che ha scritto qualche giorno fa nel suo bel blog (http://mestierediscrivere.splinder.com/): “Più parole conosciamo, più articolati e sfumati riescono a essere i nostri pensieri”. È allora utile, se lo scopo è realmente nobile, fare qualcosa per quelle più bisognose d’aiuto. Nell’aprile 2007, nell’occasione della giornata dedicata al libro, due importanti istituzioni spagnole hanno chiesto ai volenterosi di adottare una delle tante parole nazionali minacciate d’estinzione o uscite definitivamente dall’uso e, perciò, depennate dai vocabolari. Il sito del quotidiano “la Repubblica”, in quella circostanza, lanciò una doppia iniziativa: un forum nel quale si chiedeva agli utenti di indicare una parola da salvare e un sondaggio che invitava a votare un termine – ma, eventualmente, anche più d’uno – all’interno di una lista di 40 appositamente predisposti, e annotati dai dizionari come “disusati”, per “isolarne i dieci più meritevoli di considerazione”.
Il sondaggio ha premiato desueto (19%) e visto attestarsi alle prime posizioni missiva (12%), baloccarsi (9%), biascicapaternostri (5%), acquavite (8%), mezzala (5%), arruffamatasse, omnibus e rumentiera (3%), afroroso, babbio, chauffeur, frigidaire, invacchire, moscardino (‘bellimbusto’), pipita, ribotta e senapismo (2%). È stato però il forum a fornire i risultati più interessanti, anche per i commenti che accompagnavano le voci prescelte e che riporto così come sono, senza intervenire su errori o refusi. Aulicismi, arcaismi, voci letterarie o ammantate di una certa eleganza o capricciosità formale: amistà (“diversamente rimarra solo un bel cognome”), appropinquare (“Cercatela solo per il gusto di sfogliare il nostro ‘sconosciuto’ vocabolario”), callido (“Che non è caldo, né pieno di calli”), coricarsi e destarsi (“Quando uso questi termini faccio sempre colpo”), onusto (“parola che dà un senso di peso insopportabile ma anche di grande consapevolezza…”), sdilinquirsi (“che rende bene la sensazione di sciogliersi davanti ad una persona, un luogo, un’emozione……”), serico (“come la seta seta”), vezzo (“Mi è stata ricordata ieri da una signora di 85 anni che da quando ne aveva 24 vive negli Stati Uniti e che ancora parla molto bene la sua lingua di origine con inflessione toscana [...] usata con il significato di ‘Collana’. Era tanto tempo che non la sentivo!”). Termini riferiti a designata sempre più rari o d’altri tempi: da granata, come scopa di mazzi di saggina (o cipressina), a giardinetta (“Per indicare la station wagon: è più breve, più carina, più facile da scrivere e già la parola fa pensare ad una bella scampagnata”). Toscanismi e regionalismi: da uscio a codesto (uscito oramai dallo standard, ci si rassegni), da costì a costà, da uzzolo (“che ho trovato”, annota il lettore, “leggendo un magnifico libro di miti”) a brollume (“Atmosfera tra la fine del giorno e inizio sera”), da vellutello (“Il leggero strato simile al muschio, di un verde che trovo meraviglioso, che si crea sopra alle acque stagnanti”) a sgrullare e alla stessa granata. Vecchie glorie nazionali marginalizzate da presunti più moderni, rapidi, essenziali anglicismi o da espressioni che li contengono: compitare (“è piuttosto triste sentirsi chiedere di fare lo spelling del proprio nome”), fine settimana (“odio, odio il WEEK END!!!”), retroterra (“dall’indispensabile significato, difficilmente viene preferita all’anglosassone ‘background’: COLONIZZATI!!! Terra… e anche retroterra!!!”), riservatezza (“Ormai tutti la chiamano ‘Privacy’ ???!!!!!!”), sostenere (“Perché non la smettiamo di dire supportare [...]?”), va bene (“Occhei… Occhei… Son rimasto allibito sentendolo dire, reiteratamente, dal capo di Gabinetto di un Prefetto. Altro che ‘va bene’, va male!”). E poi, semplicemente, voci dimenticate o scarsamente frequentate per i più svariati motivi: arcano (“parola allusiva, misteriosa, poetica e molto adatta ai tempi che viviamo”); aviostazione (“Dove poter salire su un apparecchio aereomobile”); fané (“che rende bene l’idea di un appassimento fisico”); melenso (“Non che mi piaccia particolarmente come termine ma … possibile che quasi nessuno tra le persone che frequento [ne] conosca il significato [...]??!!!”); quisquilie (“Tanti anni fa ha provveduto il genio di Totò a salvare da morte sicura questa parola bellissima, dal suono tanto efficace e onomatopeico da svelare da sé il significato. Ma viene usata così di rado che ne temo sempre più una lenta estinzione. Sarebbe una perdita grave: non solo per la nostra lingua ma per il costume, direi quasi per la nostra identità”); peripatetico, che offre un piccolo, delizioso assaggio di etimologia popolare (“è una parola che uso moltissimo per i miei colleghi, dicendo loro che sono più che patetici, peripatetici, appunto!”); pusillanime (“quando la cito alla mia collega venticinquenne mi guarda come avessi bestemmiato”); schermirsi (“Da moltissimi ormai confuso con ‘scherNirsi’… ‘Le ho chiesto di parlare del suo successo ma lei si è schermita’, e non ‘schernita’. Bella è già la modestia, non c’è bisogno di aggiungere l’autoderisione!!!”); strapuntino (“mi ricorda i viaggi nei treni affollati alla vigilia di natale”).
Fra i commenti più belli c’è senz’altro questo, a giustificazione della scelta di premura: “stavo riempiendo delle bottiglie d’acqua a una fontana. una signora si è avvicinata per bere. Ho smesso di riempire le bottiglie e le ho detto che se voleva poteva bere. mi ha sorriso e ha risposto; grazie, ma non ho premura. mi è piaciuto”. Anche a me, che ho sempre una stramaledetta fretta, piacerebbe di tanto in tanto essere disarmato dall’assenza di premura del buon tempo (e modo) antico.
Questi articoli sarebbero da stampare e da tenere sempre a portata d’occhio, così, tanto per rinfrescare la memoria e avere delle belle parole a portata di mano, pardon, di bocca.
Leggo questo articolo e ritrovo il sapore della mia infanzia: diciamo 45 anni fa a Firenze, quando a scuola usavo la cimosa e in autunno la mia frutta preferita erano i diosperi. Oggi, a Milano, gli studenti usano il cancellino e al mercato si trovano solo i cachi. Lo stesso colore intenso, la stessa dolcezza che avvolge il palato, ma senza il gusto e la magia fragrante di quel nome.
Fulvia
Verissimo. Ci sono moltissime parole, nelle più diverse lingue, che ci affascinano più di altre per il valore aggiunto rappresentato dalle emozioni che sono in grado di generare in noi. Si tratta, spesso, proprio delle parole che sentiamo il dovere di “salvare”.
Anzitutto vorrei complimentarmi per codesto articolo sì mirabile e illuminante, per lo meno in tale circostanza mi consenta l’impiego di simili vocaboli; se mi è concesso un parlar libero proseguo esaltando la veridicità delle sue parole nelle quali mi ritrovo e identifico interamente. Da qualche tempo mi domando se ormai non ci sia speranza di salvare sia nella lingua parlata, ma se non altro nello scrivere alcuni termini ormai pressoché estinti, non si può ignorare che sarebbe una perdita enorme per l’intero patrimonio linguistico, inoltre ritengo che proprio questi termini reputati da molti desueti e arcaici conferiscano un fascino notevole alla lingua italiana, talvolta basta una semplice parola a far vibrare le corde dell’animo o a far sussultare un gentil core.
Stéphanie
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