Quali parole vorresti salvare “per scrivere il futuro”? Ecco, nell’ordine, le 10 più votate dagli utenti del nostro sito fra le 200 selezionate per la sesta edizione del PREMIO DI SCRITTURA (www.zanichelli.it/premiodiscrittura/2010): zotico, uggioso, artefice, oblio, abominio, arduo, duttile, ameno, bislacco, ciarpame. Le motivazioni sono state del tipo più vario, come c’era da aspettarsi; i filoni di maggiore consistenza sono, anch’essi, quelli che potevano essere più facilmente preventivati.
Splendore, raffinatezza, espressività, piacevolezza, icasticità, purezza, leggerezza… Miro, perché “l’idea di mirare, ammirare e meravigliarsi mi sembra bellissima”; tampoco, “[c]osì barocca, così preziosa…”; rorido, “l’eleganza del sudore”. Se in terso, “pulizia e serenità: ci si specchia”, e ghirigoro “nobilita lo scarabocchio”, c’è forse qualcosa “di più bello di un serto di fiori?”. Si potrebbe continuare a lungo.
Plasticità, funzionalità, utilità, espressività… Iattanza “rende bene l’idea del disprezzo”. Blaterare è “incisivo e sintetico per questo tempi”, al pari di becero (“vista la schiera di soggetti da aggettivare in tal modo”). Scabro necessita alla fisica “per parlare dell’attrito”, pugnace al latino perché, “altrimenti, dove ritroviamo il termine ‘pugna’”? Efficacissimo mogio, grazie al quale “riusciamo a immaginare l’espressione del viso, il capo chino, la schiena un po’ curva” della persona definita tale. E, una volta privati di prole, si può mai pensare di “spiegare il concetto di proletariato” a scuola?
Dolcezza, corporeità, musicalità, e ancora lucentezza, fascino, simbolismo sonori; in molti casi, per quel naturale candore con cui talvolta cediamo al potere fascinatore dell’ascolto, ben oltre, se non contro, i diritti dell’etimologia. Se la “durezza delle lettere”, nel poeticissimo atro, “anticipa fonicamente l’inquietante assenza di luce di latina memoria”, bailamme “descr[i]ve il caos in modo onomatopeico” e smargiasso “trasuda esagerazione rumorosa”; roco “simula la voce che esce arrotata e rumorosa dalle corde vocali”; rasposo, ad emetterla, “[g]rattugia la bocca [...], tanto è concreta”; rutilante “unisce colore, luce, senso del movimento” e groviglio “richiama i rovi nel suono e nel significato”; aprico “dà, in modo compiuto, il senso di apertura ed estroversione di un territorio”; ciarpame “armonizza significante e significato”; angusto “evoca la sensazione sgradevole” di una “strettezza [....] angosciante” – o, “tutta ripiegata sulla U centrale, costringe la bocca già nel pronunciarla” – e accozzaglia “il rumore di cose che cozzano tra loro con violenta casualità”. Di ansima “sentiamo il [...] respiro nel momento in cui la pronunciamo”; spifferare, suggerisce la sua “bella onomatopeicità” alla fertile immaginazione dell’autore, è “come lo sbuffo di un vento pettegolone..”; la “doppia elle” di cavillo “ci fa sorridere ma anche temere la giurisprudenza”; nelle consonanti di stratagemma “si nascondono strategie impensate, mosse occulte”.
Insostituibilità, unicità, perfezione, assolutezza. Da cocciuto a ghiribizzo, da irto a ineffabile, da artefice a zotico, da madido ad adunco, da bailamme a giulivo, da querulo a tetro. Davvero numerose qui le scelte non negoziabili. Uno screzio dice “meno di un litigio e più di un malinteso”, stucchevole “più di sdolcinato e lezioso”; per lauto, con riferimento a “certi pranzi”, non esiste invece alternativa “che unisca l’abbondanza alla qualità”. E come esprimere quell’”infido agire nel buio di trame maligne”, da parte di “chi il male lo auspica, lo presente e lo… intreccia”, scolpito con ineguagliabile precisione da tralignare? Con quale termine sostituire verecondo per “rendere [...] l’idea di una persona riverente, riservata, timorosa per pudore, riguardosa…”? O venale, per riferirsi a “un amore che si fa comprare dai soldi”? Vegeto, per restituire il senso complessivo di ” vitalità, vivacità, benessere”? Canea, “per esprimere il latrare di cani e umani in caccia”? Prono: “Come definire altrimenti l’atteggiamento di chi si arrende ad un potere tenacemente arrogante e volgare?”. Anche silente non è, volgarmente o semplicemente, silenzioso: “Una pianura assolata, nel pieno meriggio, senza presenze umane può essere definita solo come silente”.
Potere di evocazione di versi e prose letterarie, ambienti e atmosfere culturali, miti e immagini classiche. E allora ebbro e oblio, presago e alacre, creanza e corrusco, ameno e greve, scabro (Pirandello) e scialo (Pratolini e Montale), brama (Dante) e vaghezza (Leopardi), querulo (Pascoli) e disdoro (Vittorini), canuto (Petrarca), opimo (Salgari) e abominio (Primo Levi). Insieme, nuovamente, a moltissimi altri termini. Gli occhi cerulei di Atena e di tante altre divinità femminili; la “pura poesia” dell’aulentissima rosa fresca di Cielo d’Alcamo; le recondite “armonie di bellezze diverse” della pucciniana Tosca; panacea, “la figlia di Asclepio… con Igea menzionata nel noto giuramento di Ippocrate”; egida, “troppo legata ai nostri miti per sparire”; celia, suscitatrice di “emozioni manzoniane”, al pari di iosa, uggioso e rorido (dirà pur qualcosa Ermengarda), nonché pucciniane (“‘un po’ per celia, un po’ per non morir” canta Butterfly”); laido, “appropriato per riferire delle percezioni dei grandi del decadentismo” (colpo di coda: “e, più modestamente, delle nostre più sgradevoli”); ineffabile, “indispensabile per spiegare la poesia d’amore del Duecento”; brama, dal “sapore medievale”; occaso, che “ricorda certi pomeriggi autunnali in compagnia del poco compreso Carducci”; clangore, che fa riandare alle “battaglie del passato, quelle combattute con le spade…”; artefice, “che testimonia l’homo faber”; tedio, perché “la noia esistenziale – che va da Leopardi a Sartre – è una condizione connaturata con l’uomo”. Non manca qualche raccostamento a rappresentanti del Novecento avanzato: Mario Luzi (ghirigoro) e Agostino Richelmy, traduttore e poeta (concento).
Dalle impervie vette della nobile poesia alla sapidità popolana e sanguigna di certi idiomatismi, agli accostamenti alla realtà locale, alla tenerezza delle cantilene infantili, all’amarcord dei motivi e motivetti che cantavamo da giovani, dei fumetti che leggevamo, dei cartoon e dei film che vedevamo; e accanto alla memoria dell’infanzia o dell’adolescenza, della giovinezza o dei bei tempi andati, il recupero di più lontane radici e l’intima quotidianità degli affetti presenti. Stilla è “la goccia e la lacrima che in siciliano si dice ‘stizza’”. Ruzzare, per un pisano, è parola di casa (“noi si usa molto: ‘si fa per ruzzà!’ ..e smettetela di ruzzare’..”), come lezzo, frizzare o raffermo per un più generico toscano (“Come faremmo noi poeri toscani senza lo pane raffermo e sciapo?”). Se giulivo evoca la vispa Teresa, nembo rinvia naturalmente a Nembo Kid, taccagno a zio Paperone, brama alla perfida regina di Biancaneve (“Specchio, specchio delle mie brame…”), uggioso alla famosa giornata di Lucio Battisti. Oblio, invece, fa risalire con la memoria all’omonimo bambino del regno di Point – il solo dalla testa tonda in un paese in cui tutto è a punta – protagonista, con il suo cane Freccia, di un delizioso lungometraggio del 1971 (The Point, nemmeno a dirlo; in italiano: La punta); tiritera a una vecchia edizione (1966) dello Zecchino d’oro (“Tira la tiritera / di giorno di sera”, Il dito in bocca); contrito a una memorabile battuta di The Blues Brothers: “Adesso uscite! E non tornate mai più, almeno fino a che non sarete contriti, pentiti e redenti”. Agli appassionati del Signore degli Anelli – guai a toccare atro, “Tolkien si rivolterebbe nella tomba” – risponde la cultura di massa di ieri che può armarsi proprio contro quella serializzata di oggi, dei libri-merce che vendono milioni di copie e dei film-evento che sbancano ai botteghini: salviamo silente, osserva l’arguto autore di un post, perché “non venga scambiato” con l’omonimo personaggio di Harry Potter. E non c’è da scandalizzarsi se l’alto e il basso vanno a braccetto – il postmoderno l’abbiamo ormai metabolizzato – per contribuire alla causa comune. Perché parteggiare per lena? È presto detto: “Dalla Divina Commedia alla filastrocca ‘La Pigrizia andò al mercato’”. E poi. Bizza, “per significare il capriccio e la caparbietà” dei propri figli; raffermo, del “buon pane” adoperato “per fare la zuppa di fagioli”, oltreché “utile nella presentazione di numerose ricette della tradizione contadina (ribollita, panzanella…)”; ciangottare, come fa la “nipotina di un anno” di chi scrive; adunco, senza il quale “le fiabe avrebbero streghe meno efficaci”; vespertino, perché “ci parla [...] del ritmo lento del passato” o rammenta la gioventù, “quando il Parroco, leggendo l’orario delle Sante Messe, menzionava la messa vespertina”; avo, per “il riferimento alla discendenza, la famiglia, le tradizioni, la nostra storia…”, smargiasso, perché ancora in bocca a “molte persone della terza età” del paese dello scrivente; opimo, “per affetto”: “Mi ricordo di aver riso molto per averla sentita usare, nella mia giovinezza, da un amico ingrassato che battendosi i fianchi li definì ‘opimi’”. Serafico fa regredire l’autore “a tempi lontani, di pace e di serenità”, creanza l’autrice a quelli in cui era bambina (“E che offesa era sentirsi dare della screanzata!”), mogio rammenta le “preoccupazioni affettuose” dei nonni, sciapo la “nonna marchigiana”, edule il linneano Mytilus edulis dei “tempi dell’università”, calepino “i primi passi in latino”, esimio i “professori di una volta”, oblio “un sonnellino sulla sedia a dondolo”, periglio “il liceo classico” o una vecchia vacanza: “Mi ricordo che, vent’anni fa, una giovane barista di Paleocora (isola di Creta) per spiegarmi la natura dell’Egeo in agosto, lo definì ‘periglioso’”. Canuto? “Mi ricorda il ‘vecchierel’ che incontro e vedo in mio padre e che tra alcuni anni sarò anch’io”. In alcuni casi, con la progressiva rarefazione dell’oggetto, l’impresa di salvataggio appare disperata. “Oggi non ci sono più libri intonsi perché non ci sono più pagine da tagliare”. Gustoso quest’esempio: “Ah, quando il bon ton imponeva ai ricchi di definirsi agiati….”.
Denominatore comune di molti commenti, di là dai gusti personali, la fortissima, sorprendente consapevolezza del valore magico delle parole, della loro straordinaria capacità di schiudere orizzonti da mozzare il fiato, del loro ruolo taumaturgico o salvifico, delle loro infinite personalità. E le identità “verbali”, lavorando come quelle umane per la causa delle sfumature e delle differenze, restituiscono il senso di una varietà che non si lascia facilmente intimorire né dalle minacce dell’omologazione né dalle pretese di chi vorrebbe sbiadire o rendere incolore il mondo, cancellarne il caleidoscopio di valori, sensibilità e facoltà di scelta sotto una misera passata di vernice.
I commenti più belli? Questo, a sostegno di emulo: “Non vorrete mica che le generazioni future conoscano solo il sito e-mule? Somari già lo sono abbastanza”. E quest’altro, a difesa di aulente: “Parola dal suono così dolcemente evocativo che meriterebbe di essere salvata anche se non significasse nulla…”. La lingua come atto gratuito, come dono a rendere. In una società nella quale a dettar legge è il “comunicazionismo”, che non regala nulla alla bellezza in sé o le concede tutt’al più il privilegio di un dono a perdere, è davvero molto.
“IN UN TEMPO IN CUI, AL POSTO DELLE PAROLE, PREVALGONO SEGNI E GESTI, VORREI CHE RESISTESSE UN TERMINE PER DEFINIRE UN INSIEME INARTICOLATO DI COMUNICAZIONE CONFUSA NELLE ‘MANI’ DI MOLTI DISTRATTI ESECUTORI VERBALI”. Il termine è accozzaglia. L’avrei cliccato anch’io.
Vorrei inserire una storia scritta da uno mio studente inglese della terza età che ha coraggiosamente accettato la sfida di usare il maggior numero possibile tra le “50 parole da salvare”… ed ecco il risultato:
Ciao, Bianca … ecco la versione correttta del pezzo …
ANDREA
Per Andrea, adesso canuto, la vita nonera ardua; lui era ragionevolmente agiato e sempre molto sagace con i suoi soldi. Beveva pochissimo (nessuno lo aveva mai visto ebbro) e non era per niente ghiotto per quanto riguarda il cibo che comprava o mangiava. Se ogni tanto il tedio lo invadeva, andava a prendere un caffe con alcuni della sua dovizia d’amici, e parlava con loro in un modo sempre ameno e forbito, certo mai blando. Per lui la conversazione intelligente era la panacea percombattere ogni forma di noia, per vivacizzare ogni giorno uggioso.
E poi, a settant’anni, Andrea sviluppo una brama repentina – di viaggiare. Certo la sua vita qui a Livorno era confortevole, ma allo stesso tempo forse troppo angusta. Dunque, prima di sparire nell’oblio, risolse di andare all’estero perla prima volta nella vita. All’inizio questo suo ghiribizzo aveva una certa vaghezza; piu ci pensava piu si sentiva circondato da un’accozzaglia , una vera caterva di possibilita. Parlava di tutto questo a nessuno, nonostante che normalmente non avesse un’indole furtiva; poco a poco comincio a formare uno stratagemma che gli piaceva, ma lo manteneva recondito. Si immaginava su una crociera, ineffabilmente rilassato, sotto un cielo ceruleo …
Scusa la mancanza di accenti! Grazie, Gordon Linnell
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