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Osservatorio della lingua italiana

Non è una semplice “zingarata”

28/05/2012

Una giornalista, un paio di settimane or sono, mi ha chiesto quale fosse l’origine di zingarata. Si tratta in effetti di una voce interessante, su cui vale la pena spendere due parole; ne trarrà magari vantaggio anche qualche lettore di questo Osservatorio.

Zingarata è un termine di tradizione ottocentesca. Inizialmente, come voce di ambientazione letteraria, aveva il significato di ‘maleficio, incantesimo’; sarebbero poi arrivate quelle goliardiche, dissacranti bravate collettive che sono le moderne zingarate. Facile collegare l’ultimo significato del termine alla presunta “irregolarità” del comportamento degli zingari, e alle loro azioni (spesso compiute in piccoli gruppi) per ingannare il prossimo. In un dizionario ottocentesco importante (N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana […] con oltre centomila giunte ai precedenti dizionari […],Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino-Napoli, 4 voll. in 7 tomi, 1861-79) leggiamo alla voce zingaro:

Chiamansi Zingari una razza di gente vagabonda, senza patria, che vive di furti e d’inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici, uomini, donne e fanciulli, e albergano sotto le tende.

E non andiamo meglio con altri repertori del XIX secolo, come in quest’altro caso:

Colui che appartiene a una razza di gente vagabonda, senza patria, senza religione, che vive di furti e di inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici uomini, donne e fanciulli; ed ora dove si posano, danno voce di rassettare caldaie e vasi di rame, e albergano sotto le tende.

(G. Rigutini, P. Fanfani, Vocabolario italiano della lingua parlata, nuovamente compilato da G. Rigutini e accresciuto di molte voci, maniere e significati, Firenze, Barbèra, 18916; 1a ed. 1875).

Commenti | 4 risposte

  1. Gentile Prof.
    Vorrei proporre alcune considerazioni. È indubitabile che il termine “zingarata” derivi da “zingaro” nella sua multiforme accezione di “razza di gente vagabonda, senza patria, che vive di furti e d’inganni, predicendo la buona ventura” ma ciò che mi lascia perplessa è quella datazione ottocentesca nel nostro lessico.
    Per “zingarate” oppure con termine romano “zingaresche” e “zingarelle” si intende (Enciclopedia dello spettacolo, Volume 8, 1962, pag. 1145) una sorta di operetta che altro non è che “« la vecchia commedia dell’arte del primo Seicento, fatta di prosa, versi, improvvisazioni e musichette» (Bragaglia). Sempre il Bragaglia (Anton Giulio Bragaglia, Storia del teatro popolare romano
    - 1958 – pag.90) sostiene che inizialmente le “zingarate” erano una specie di sirventesi ed usate fin dal Trecento “quando si volevano cantar profezie” e fa l’esempio di Cecco D’Ascoli (1269-1327).
    Anche Francesco M. D’Orazi (Stamperie, carte e cartiere nella Ronciglione del 17° e 18° secolo. Atti della giornata di studio presso la Sala riunioni della Cassa rurale e artigiana, 26 ottobre 1991, 1996, pag.29) ribadisce che tali zingarate erano “edizioni testimoniali di costume.. di un mondo minore “picaresco” animato da “cerretani” e gente vagabonda, frutto di esperienze di vita di autori e di interpreti girovaghi e cantastorie, del quale permane localmente una eco nella tradizione orale e carnevalesca”.
    Bragaglia inoltre ipotizza, ma senza fonti probatorie, un’origine senese del termine. Se andiamo a vedere che il D’Ascoli si era stabilito a Firenze tanto che condannato al rogo dall’Inquisizione morì arso davanti alla chiesa di Santa Croce a Firenze e che l’eccentrico Rosso Fiorentino (Giovan Battista di Jacopo –1495-1540), ai piedi della sua Trasfigurazione del Cristo (ca. 1529-1530) dipinse una “zingarata” (vedere Cantù, Bellori, Lanzi, Ragghianti ecc.), cioè una cosa fuori dai soliti schemi (in questo caso dipinse il popolo anziché gli apostoli) non è molto difficile comprendere l’evoluzione semantica del termine già in epoca anteriore all’Ottocento mentre sarei più propensa per un’origine fiorentina anziché senese. Nel dialetto fiorentino il termine infatti significa non solo una fuga fuori dagli schemi ma anche una goliardia, una burla e la capacità di raggirare e truffare con scherzo furbo e fantasioso. (Devoto-Oli – Dizionario della Lingua Italiana)

    Cordialmente
    Ivana Palomba

    • Cara Ivana,
      grazie come sempre delle sue puntuali, documentate osservazioni. Ho scritto “di tradizione ottocentesca” – non “di nascita ottocentesca” – proprio per evitare equivoci. Sarebbe senz’altro facile, prima dell’Ottocento (il secolo in cui i diversi filoni che la alimentano sembrano acquisire la consistenza di uno solo, o comunque compattarsi in una comune “italianità”), inseguire le varie tracce della presenza di “zingarata” nella penisola.

  2. Caro Arcangeli
    vorrei scendere dai piani alti che lei e Ivana Palomba frequentate, per una chiacchierata più terra terra: vox populi.

    Ultimamente “zingarata” ha assunto definitivamente il significato di “scherzo tra amici”, giusto l’interpretazione di alta filologia data da Monicelli nel suo divertente film “Amici miei”.

    Tutto quanto attiene agli zingari ora è travisato per via dell’idiotica multicultura multietnica e del politically correct: zingaro è bello, dicono.
    A dire il vero, presi a piccole dosi, i costumi zingareschi, vedi Les-Saintes-Maries-de-la-mer camarguesche, possono ispirare atmosfere arcadiche e fantastiche tipo

    Prendi questa mano zingara, dimmi pure che destino avrò …

    oppure

    Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va …

    In quantità rilevante invece, la faccenda non ispira niente di buono, con furti, furtarelli e rapimenti di bimbi connessi. Lorsignori la dicono microcriminalità. I rumeni, che conoscono il problema, si sentono molto offesi se li chiami rom.

    Dell’ottocento, fuori dai penicillinosi dizionari, ricordo il bel coro “Noi siam zingarelle” del Trovatore, quello di “ah l’amor l’amore è un dardo” che invece il librettista aveva computato in “ah l’amor, l’amore ond’ardo”, più fine linguisticamente, ma forse meno figurata ed efficace come espressione amorosa. La plebe sentenziò: è un dardo.

    Tanti anni fa ci fu anche uno squallido fatto di cronaca, protagonista un regista e una zingarella. E non fu una zingarata.

    “vagabondi senza meta, stanchi siamo di camminar …”

    Qui mi fermo e ossequio.
    Eta Beta

  3. Parola che mi ha sempre affascinato, proprio dopo aver visto Amici Miei ed essermene innamorato, ma della quale non mi ero mai domandato l’origine prima d’ora. La ringrazio per avermene dato l’occasione e aver stimolato la mia curiosità.