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Osservatorio della lingua italiana

L’inglese che avanza. I risultati di una ricerca

18/06/2012

Un lettore, la scorsa settimana mi ha rimproverato di non aver usato collegamento al posto di link. Ne approfitto per tornare sulla questione della presunta invadenza dell’inglese, a vantaggio dei lettori di questo Osservatorio, dando conto degli esiti (che ho già commentato altrove) di una recente ricerca. Tempo fa uno studioso spagnolo, in un saggio sui forestierismi, s’è detto particolarmente colpito, rispetto alla situazione di altre lingue romanze, dalla numerosità e “peculiarità” degli anglicismi non adattati rilevabili sui giornali italiani. Ma è davvero notevole il tasso d’ingerenza dell’inglese nella stampa nostrana?

Ho provato a verificarlo con la mia squadra di giovani linguisti, in compartecipazione con la Agostini Associati. Fra il 15 aprile e il 14 maggio 2011 abbiamo passato al setaccio alcuni dei principali giornali italiani (“la Repubblica”, “Corriere della Sera”; “Il Giornale”; “Libero”; “La Stampa”; “Il Messaggero”) e due diffusissimi settimanali (“L’Espresso” e “Panorama”); giornali radio, telegiornali e spot tv, sondati nei mesi immediatamente successivi, hanno completato il campione. Questo il titolo, volutamente provocatorio (per l’anglicissimo stop), dell’iniziativa congiunta: Stop all’itanglese. Lo slogan: «Italiani si nasce. Itanglesi si diventa».

Action thriller low cost, art advisory, binge drinking, buzz marketing, chief strategy officer, digital divide, dual core, equity swap, french dressing, ground option, high level group, institution building, interior designer, policy maker, private equity, regular season, search advertising, self defence, sensual date, sex toy, shooting brake, smart grid, stock options, straw poll, trend setter.

Sono solo alcune delle decine di locuzioni – per non parlare dei singoli termini – emerse dalla ricerca; impongono già ora, in attesa di una più articolata definizione del quadro (con i risultati che fornirò per la radio e la televisione), un abbozzo di riflessione. L’aspetto più rilevante è la conferma di una scontata eccentricità linguistica, in nome della quale si avallano scelte anche pigre, superflue, stucchevoli. Il gioco al massacro (con il lettore) muove a destra come a sinistra; mai come in questo caso tutto sembra funzionare secondo la logica di un perfetto stile bipartisan (pardon: bipartigiano). E non è solo una questione di lessico elementare ma, per l’appunto, di intere locuzioni, che moltiplicano innanzitutto l’esotismo in una serie interminabile di formazioni con quell’una (o quelle poche) di partenza a fungere da modello: la Californian way of life richiama l’American way of life; beauty generation è modellata su beat generation, con il concorso della più recente digital generation; Cinziagate è rifatto su Watergate; i Mantovano boys riprendono i papa boys; food valley va con Silicon Valley, romantic comedy con situation comedy, personal dresser e personal reader con personal trainer, bike sharing con car sharing, fashion designer con fashion system, Collina show con i vari reality, talk, talent show… Chi le ha volute far proprie recita la parte dell’inglese ricco, inurbato e alla moda, che rinfaccia al provinciale cugino italiano il fatto di doversi sentire inadeguato, fuori gioco e fuori tempo.

Red carpet, prime time, box office, fund raising, lateral thinking, second hand, self defence? Cosa mai dicono di più – o di diverso – rispetto a tappeto rosso, prima serata, botteghino, raccolta fondi, pensiero laterale, seconda mano, autodifesa? E se sono davvero inutili global coordinator e professional services, covert operation e social security, il Carolyn Resnick Method batte tutti. Ma si dovrebbe parlare anche di certa fraseologia. Eccone un bell’esemplare: Do you remember Fukushima? Ce la ricordiamo la città giapponese, altroché se ce la ricordiamo.

Per la radio c’era da aspettarselo: il mezzo è più parco dei giornali nell’accogliere anglicismi, pur non mancando qualche interessante sorpresa. I rilevamenti hanno interessato, per il periodo compreso fra il 16 aprile e il 14 maggio 2011, i radiogiornali Rai di maggior ascolto: il Gr1 delle 8.00, il Gr2 delle 7.30, il Gr3 delle 8.45.  Accanto a voci ed espressioni economico-finanziarie abbastanza familiari anche ai non strettamente addetti ai lavori (rating) ce ne sono altre che, di sicuro, altrettanto familiari non sono. Come know-how (aziendale) o outlook e spread, che i rispettivi giornalisti glossano a vantaggio degli ascoltatori: «Stamani l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha variato da stabile a negativo l’outlook, ovvero le previsioni relative al debito a lungo termine del paese asiatico»; «Hanno superato una differenza, uno spread, come si dice tecnicamente». Piluccando qua e là in altri settori: la politica e la cronaca estera ci regalano east room («Il leader di al-Qaeda è stato ucciso, racconta il Presidente dalla east room della Casa Bianca») e situation room («Le uniche certezze simbolo della giornata di ieri sono gli scatti della situation room, il consiglio di guerra della Casa Bianca»), insurgents («Il generale Petraeus […] ha dichiarato che questa sarà una primavera calda perché siamo in zone che fino a poco tempo fa erano assoluto dominio degli insurgents») e Provincial Reconstruction Team («Giunto a Herat per una visita ai militari italiani, Fini ha già incontrato i membri del locale Provincial Reconstruction Team»).

Le cronache mondane o più “leggere” – moda, costume, musica, gossip, ecc. – ci consegnano sound and vision («Due ore e mezzo dove le sue [di Jovanotti] diverse anime musicali, quella tecno e quella romantica convivono in uno spettacolo ad altissimo tasso tecnologico per un concerto sound and vision») e off the records («Anche il settimanale VSD scrive che Carla Bruni è incinta. La rivista cita le parole di un consigliere che si sarebbe confidato off the records ai cronisti del giornale»), commoner («Kate, la commoner che tra qualche ora varcherà la soglia della millenaria abbazia di Westminster per uscirne principessa, sembra essersi calata nella parte») e Facebook generation; l’itanglese nello sport, che non può mancare, esibisce il team principal e la regular season.

Dopo radio e giornali, i più compromessi con l’inglese, è la volta dei telegiornali. La tv funge da autentica cartina al tornasole per la valutazione della fortuna di un determinato oggetto, fisico o immateriale: se è stata lei a dire una determinata cosa, siamo disposti a giurare che ciò di cui si parla è vero. Le parole pronunciate, incorporee per definizione (verba volant, scripta manent), occupano nel mezzo televisivo – in modo certamente diverso, ma non troppo, da quelle diffuse via radio – uno spazio privilegiato: sul piccolo schermo la lingua possiamo anche vederla, ma il peso delle parole che ascoltiamo è di gran lunga più consistente di quello delle parole che ci scorrono davanti agli occhi (titoli di coda, scritte in sovrimpressione, tabelle riassuntive di sondaggi, ecc.). Anche per questo, da telespettatori vigili e partecipi, siamo pronti a sanzionare gli svarioni che sentiamo più di quelli che leggiamo. La televisione però, lo sappiamo bene, è anche un formidabile moltiplicatore di usi, mode, tendenze, realtà del più vario genere. La lingua non fa eccezione. Un nuovo, inusitato, singolare termine cui sia toccato in sorte di approdarvi, sottratto all’anonimato o alla semi-invisibilità di una riserva o una nicchia, guadagna rapidamente la scena e, in men che non si dica, ascende al firmamento delle stelle di prima grandezza. Considerazione lapalissiana per i telegiornali dell’ora di punta: il Tg1, il Tg5 e il Tg La7 delle 20, il Tg2 delle 20.30, il Tg3 delle 19, il Tg4 delle 18.55, Studio Aperto delle 18.30. Sono le edizioni passate al setaccio, nel periodo compreso fra il 15 maggio e il 14 giugno, per rilevarne il tasso di anglicizzazione.

I più morigerati? Per quantità il Tg4 dell’immarcescibile Emilio Fede; per qualità il Tg1, nel quale, in aggiunta alla quota dei prestiti “generalisti”, non spicca molto materiale; per qualità e quantità il Tg3, in cui emerge, sempre al di là del pacchetto esterofilo di default, altrettanto poco: cyberavances, no tax area, forever young (Bob Dylan), over («Partite ricche di gol secondo Pirani, per permettere di centrare l’over»). La maglia nera? Al Tg2, più trendy degli altri e un po’ snob: bail; chop sticks; green Energy; irish guards; motion capture; mushed («Loro le patate lo mangiano fritte, o al massimo mushed, patate schiacciate»); narcotanks; panic button; planking; royal wedding; scott guards; street style; strong is beautiful («Tutto in un video: strong is beautiful, “la forza è bellezza”»); twister hunters («Le grida dei twister hunters, che girano il paese in cerca di tornado»); we agree to disagree («We agree to disagree, direbbero gli inglesi: separiamoci, ma consensualmente»); Rolli days («Genova domani e domenica palazzi storici aperti per i Rolli days»); the virtual magician («Lui si definisce mago multimediale, firma le sue performance come the virtual magician»); Trooping the Colour («Per i duchi di Cambridge è il primo Trooping The Colour, la tradizionale sfilata per il genetliaco della sovrana»); Write for Gold («Si sono dati appuntamento per il Write for Gold, il campionato mondiale di graffiti»). Note di colore? Sia pure. Questo avrebbero potuto però risparmiarcelo: «Quanto a Lorella Cuccarini: è bravissima! My compliments, di cuore».

E la pubblicità? I rilevamenti hanno interessato, per il periodo compreso fra il 15 giugno e il 30 giugno, gli spot televisivi in onda subito dopo le edizioni serali di massimo ascolto dei principali telegiornali nazionali: Studio Aperto delle 18:30, il Tg4 delle 18:55, il Tg3 delle 19:00, il Tg1, il Tg5 e il Tg La7 delle 20:00 e il Tg2 delle 20:30. La presenza di anglismi, naturalmente, è qui in stretta relazione con la tipologia merceologica reclamizzata: se il prodotto è (altamente) tecnologico è molto probabile che il messaggio pubblicitario contenga più facilmente parole o espressioni di origine inglese (nel cartone animato di uno spot Euronix persino un leone parla inglese: «Lui è mister Leon» / «Oh yes, yes, yes»); rimarcabile, nel settore della telefonia cellulare, il pomposo power to you firmato Vodafone. Frequente, quando si tratta di autovetture, il ricorso a espressioni di movimento: it’s time to move (‘è tempo di muoversi’) se hai una Ford Fiesta; shift the way you move (‘cambia direzione quando ti muovi’) se guidi una Nissan Juke; drive the chance (‘guida il cambiamento’) se sei al volante di una Renault Gamma Eco2; e ancora motion and emotion per Peugeot, stop&Start per la Toyota Yaris, confidence in motion per la Subaru Outback. A completare il quadro per questo settore, locuzioni dal sapore ecologista (come green generation per la Renault Gamma Eco2 e green line per la Skoda Yeti), o altre che colpiscono per inventiva: come urbanproof energised (lett. ‘a prova di città energizzata’) per la Nissan Juke. Interessante ai nostri fini anche la cosmesi: una calda voce vi promette che, se li tingerete con L’Oréal Casting Crème Gloss, i vostri capelli saranno glossy glossy; amare il prodotto suona qui come un obbligo; leggiamo infatti, nella scritta in sovrimpressione, love it (per avere occhi da gatta, con il mascara di Rimmel London, l’imperativo è invece get the London look ‘fai tuo lo stile di Londra’).

Un’anglofilia forse inoffensiva, ma superflua e pretenziosa. Induce a identificare i più grandi avversari dell’Italia con gli italiani stessi, insinuando al contempo il sospetto che dall’arma puntata contro la nostra lingua dai suoi nemici interni partano solo gragnuole di salve, che i fuochi d’artificio dello stile animato da un’anglomania civettuola siano l’altra faccia del patetico esibizionismo, verbale e non verbale, di una fenomenicità del nulla.

 

Commenti | 15 risposte

  1. Il problema è che molti sono davvero convinti che inserire nelle loro frasi parole inglesi faccia di loro delle persone più colte, più mondane, più professionali anche.

    Ed ecco che la concorrenza scompare a vantaggio dei competitor. Non si hanno più competenze da inserire nel CV, ma vere e proproe skills.

    È per questo che amo il norvegese, perché è raro trovare parole inglesi. In quella lingua persino la televisione (greco+latino) diventa “fjernsyn”… televisione, appunto.

    L’itanglese è un virus, purtroppo. Si diffonde velocemente e contagia quasi tutti.

  2. come qualcuno ricorderà, qualche anno fa il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali si chiamava, ed era ufficiale, stampato sulla carta intestata, sul sito web eccetera, Ministero del Welfare.

    sempre ufficialmente, nelle pubblicazioni cartacee, nel sito web eccetera Ministero del Welfare veniva tradotto in inglese come Ministry of Labour – full stop.

  3. È un argomento interessante e che appassiona molto, anche perché coesistono punti di vista molto diversi. Anche secondo me l’abuso di anglicismi nei media italiani è innanzitutto una questione di pigrizia, spesso associata, paradossalmente, a una conoscenza dell’inglese non proprio eccelsa (my compliments è solo uno degli esempi più ovvi). L’aspetto che trovo più ridicolo è l’abuso di parole del lessico comune come easy, young, green, soft, come se non esistessero equivalenti italiani altrettanto espressivi. Mi domando però se chi si esprime così lo faccia anche quando va a casa a trovare la mamma?!?

    A questo proposito, qualche giorno fa in Anglicismi: un piccolo esperimento ho suggerito di fare attenzione alle conversazioni in normali situazioni di vita quotidiana, ad es. in famiglia o tra amici, e prendere nota dei forestierismi superflui effettivamente usati. La mia impressione è che ci sia un notevole divario tra il numero di anglicismi ai quali siamo sottoposti passivamente ogni giorno grazie al bombardamento dei media e quelli che invece usiamo attivamente. Sarebbe interessante avere qualche dato più preciso, magari compilato dai giovani linguisti che hanno raccolto i dati descritti qui sopra?

    • Sull’argomento è in preparazione un rapporto dettagliato.

  4. Pingback: Caffè Studio » La traduction itanglese-franglais

  5. Da poco ho sentito un ragazzo che diceva di essere ‘un tipo molto easy’ con l’intenzione di descriversi come persona semplice magari, ‘alla mano’. Involontariamente a me è scappato un sorriso e mi è sembrato buffo il fatto che abbia utilizzato un termine inglese che non rende meglio l’idea di uno italiano. L’avrà fatto per sentirsi alla moda? o per ostentare una conoscenza della lingua? o magari per risparmiare qualche sillaba? Sta di fatto che se siamo italiani e siamo in Italia non vedo perché si debbano utilizzare stranierismi. Abbiamo la nostra lingua!Usiamola!
    Poi indiscutibilmente la conoscenza dell’inglese è indispensabile perché ormai ,volenti o nolenti, ci siamo a contatto tutti giorni. E credo comunque che sia apprezzabile il fatto che da parte dei giovanissimi se ne capisca l’importanza e venga imparato, non solo a scuola ma anche sfruttando più che mai le nuove tecnologie; tenendo anche conto che le giovani generazioni sono più facilitate e interessate a viaggiare all’estero, magari per studio, per lavoro o semplicemente per fare una vacanza con la possibilità di essere capiti usando la ‘lingua-ponte’ e evitando quindi di dover gesticolare come cavernicoli.
    Tutto ciò però non giustifica un italiano sempre più contaminato che rischia di veder messe da parte alcune parole per dar spazio ad anglicismi spesso inutili o che, in qualche caso come quello citato sopra, appaiono ridicoli.
    Dovremmo avere piuttosto l’orgoglio di parlare una lingua come l’italiano e cercare di premiarla evitando più che mai di abituarci ai diffusi termini inglesi che si sentono ripetutamente in tv o alla radio.

  6. L’inglese si diffonde come un ‘epidemia e gli italiani, una volta contagiati, non mostrano alcun interesse a volersi curare .
    L ‘ italiano è il primo a non rispettare la lingua di Dante ricorrendo a espressioni superflue come welfare state, convention , question time per darsi un tono.
    Chi sa veramente l’inglese ne evita l’uso sconsiderato. I giovani, soprattutto, si lasciano incantare dagli anglicismi senza avere la consapevolezza del loro reale significato. E’ innegabile che in tutto questo vi sia lo zampino di Facebook che con
    “ POST “, “TAG “ , “ LINK “ , “ CHAT “ impoverisce la lingua italiana portando i giovani a non sapersi più esprimere nelle propria lingua madre.
    L ‘inglese per la sua immediatezza continuerà a imperversare nel linguaggio scientifico, giornalistico e pubblicitario, poiché i mezzi di comunicazione, meglio conosciuti oggi come “mass media”, ne fanno un uso sconsiderato e talora improprio.
    Si riuscirà con il tempo a riconsiderare, riapprezzare l’originalità e la ricchezza della lingua italiana?

  7. Il problema è che a scuola si insegnano poco e male entrambe le lingue: si insegna ancora una rigida divisione delle parti del discorso su base aristotelica e una quanto mai improbabile classificazione dei complementi, che costringe ogni volta a tirare in ballo il famigerato “senso figurato” per farli rientrare nelle strette maglie dell’uno e dell’altro.
    Gran parte della colpa ovviamente è anche della tivvù; una volta multavano i presentatori (scusare gli speakers) se pronunciavano in modo errato una parola, oggi a momenti ti cacciano via se per puro caso becchi due congiuntivi dietro fila, perché pare che sentire qualcuno che parla bene in TV faccia sentire il coatto della strada troppo ignorante e dunque è meglio gratificarlo – anzi glorificarlo – presentandolo come prototipo culturale e linguistico dell’italiano medio. Infine c’è sempre da parte della stessa tv un irritante abuso di anglismi. Non passa TG in cui non si senta “un caldissimo week-end”, ma il buon caro vecchio fine settimana che fine ha fatto? Anche adesso che persino Monti ha detto che “revisione della spesa” è meglio di “spending rewiev”, in televisione non si fa altro che continuare a pronunciare quest’ultima.

  8. Come ha già detto qualcuno sembra davvero che non si ritenga l’italiano all’altezza dell’inglese in termini di espressività… Io direi che è proprio il contrario, ma la pigrizia dei giornalisti è ormai dilagante.
    Tra i milioni di anglismi che potrei citare ce ne sono due che ormai sembrano aver eliminato i corrispondenti italiani: uno è «self-service» (eppure in alcune stazioni di servizio si legge ancora «Fai da te», anche se sarebbe bello leggere «Faidatté»), e l’altro «weekend» (già, «fine settimana» l’è troppo lungo!).

    Il bello è che tanti sapientoni che usano termini stranieri per sembrare chissà chi finiscono per fare delle figuracce, visto che spesso non sanno lontanamente pronunciare le parole/espressioni in questione.

  9. “La linguistica è lo s t u d i o s c i e n t i f i c o del linguaggio umano. Uno studio si dice scientifico quando si basa sull’osservazione dei fatti e si astiene dal proporre una scelta fra i fatti in nome di certi principi estetici o morali. “Scientifico” si oppone dunque a “prescrittivo”. [...]

    André Martinet (1977), Elementi di linguistica generale

    • Mi ritengo allora sommamente fortunato per appartenere a una scuola ben diversa da quella della nuda e asettica osservazione dei fatti linguistici. Alla scuola, per intenderci, di quella militanza critica che da noi, ahimè, è piuttosto rara.

  10. Non mi sembra che la scuola di militanza critica a cui lei appartiene sia così rara, visto l’impianto prettamente normativo di quasi tutti i dizionari italiani. La lingua cambia, e lo fa quasi sempre per motivi legati alla società, alla cultura e quindi al sorgere di nuovi bisogni comunicativi.
    Perché non chiedersi il motivo per cui esiste questa presenza inglese nel lessico italiano? Perché non descrivere il fenomeno senza preconcetti, comprenderlo, anziché limitarsi a condannarlo? Non saranno certo le battaglie censorie a impedire il cambiamento della lingua. Basti pensare all’Appendix Probi.
    Non voglio fare polemica: lo studio del linguaggio è complesso anche per i molti punti di vista che è possibile assumere.
    Penso, semplicemente, che descrizione e normatività possano e debbano convivere. E che l’idea del linguista paladino della purezza di una lingua sia fuorviante.

    • Non m’interessa la purezza della lingua, ma l’intelligenza di chi la usa. Fatta questa precisazione, sono per il resto d’accordo con lei.

  11. Il fatto che si utilizzi l’inglese all’interno della nostra lingua, è un fatto di pura moda…l’inglese ormai lo sanno tutti e lo utilizzano tutti. E’ la lingua delle nuove tecnologie, della pubblicità dello sport ecc…ogni domenica c’è un nuovo big match…il calcio d’angolo è nominato “corner”, il rigore “penalty” per fortuna che l’arbitro lo chiamano ancora così. A mio avviso è quasi fastidioso sentire tutti questi anglicismi, nonostante ami la lingua inglese. Ma siamo in Italia, giornalisti e Co. dovrebbero un po’ contenersi.