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Osservatorio della lingua italiana

L’altro nel lessico “comune europeo” (2)

02/07/2012

Dopo averlo illustrato in quanto ‘non appartenente all’entità nazionale o sovranazionale ospitante’, parliamo oggi dell’ “altro” nel significato di ‘entrante o entrato nel paese di destinazione’ e relative sottocategorie: a) ‘entrante’: immigrante; b) ‘entrato’: immigrato; c) ‘entrato in conseguenza di catastrofi ambientali, persecuzioni politiche, razziali, religiose, etc.’: rifugiato, riparato.

Per immigrare si rimonta all’identica voce latina, che è un composto di in- ‘verso (l’interno)’ e migrare ‘trasferirsi’, voce di origine indoeuropea. Il tipo a), limitandoci alla pura coincidenza formale con il termine italiano –  non sempre affiancata da un’esatta corrispondenza semantica –, è testimoniato dalla maggior parte delle lingue della UE: ingl. immigrant; fr. immigrant; sp. inmigrante; port. imigrante; rum. imigrant; dan. immigrant (accanto a indvandrer, comp. di in- e vandrer ‘viandante, escursionista, giramondo’); ted. Immigrant (oltre a Einwanderer; cfr. Zuwanderer ‘immigrato’); neerl. immigrant; sved. immigrant (oltre a invandrare, comp. di in- e vandrare ‘camminatore’ e ‘passante’); bulg. имигрант (imigrant): ceco, croato, pol., slovacco, sloveno imigrant; lett. imigrants; lit. imigrantas; est. immigrant (accanto a sisserändaja); ungh. imigráns (oltre a bevándorló). Il tipo b) è rappresentato dal fr. immigré, dallo sp. inmigrado, dal port. imigrado, dal malt. immigràt, etc.

In alcune lingue slave, accanto al prestito imigrant, sono di uso corrente – letterario e arcaico il pol. przybysz ‘forestiero’ – anche termini indigeni, nei quali il primo elemento deriva dal paleosl. pri- ‘presso, vicino’ (ceco při-, croato, slovacco, sloveno pri-, pol. przy-, etc.): 1) bulg. преселниқ (preselnik) (cfr. пришълец [prišălec] ‘forestiero’); croato pridošlica (accanto a doseljénik’, per il quale cfr. doséliti se ‘stabilirsi, stanziarsi’); sloveno priséljenec (cfr. selíti trasferirsi, emigrare’, selílen ‘migratorio’); 2) ceco přistěhovalec; slovacco prisťahovalec. Si risale per queste due ultime voci, rispettivamente, a sťahovať se e stěhovat sa, che valgono entrambi ‘trasferirsi’ (cfr. lett. staigāt ‘andare, recarsi’). Per le altre lingue: irl. inimirceach; finl. maahanmuuttaja ‘immigrante’; ungh. bevándorolt ‘immigrato‘ e vendégmunkás ‘id.’ (cfr. vendég ‘ospite, invitato’).

Quanto a rifugiato (ingl. refugee; fr. réfugié, importato in questa forma anche dal neerlandese; sp. e port. refugiado; rum. refugiat; malt. rifuġjàt), è imparentato più con fuggiasco e fuggitivo che con riparato (cfr. ingl. fugitive e political fugitive; ted. Flüchtling, politischer Flüchtling, der. di Flucht ‘fuga’; sved. flykting ‘fuggitivo; profugo, rifugiato; esiliato’, originato da flykt ‘fuga’; neerl. vluchteling – e politiek vluchteling –, anche qui da vlucht ‘fuga’; dan. flygtning); laddove un riparo è propriamente il luogo che si riabbraccia dopo averlo lasciato (riparare, dal prov. repairar, risale al lat. tardo repatriare ‘rimpatriare’, derivato parasintetico di pătria), un rifugio, altrettanto propriamente, è il luogo nel quale si cerca scampo dopo una fuga (< lat. refŭgiu; da refŭgere ‘rifuggire’, disceso a sua volta da fŭgere ‘fuggire’). Ingl. asylum seeker ‘richiedente asilo’ (letteralmente: ‘cercatore d’asilo’), ted. Asylbewerber (e Asylant; cfr. Bewerber ‘candidato, aspirante’; in Austria: Asylwerber; in Lussemburgo: Asylantragsteller, comp. di Asyl e Antragsteller ‘richiedente’), neerl. asielzoeker e altre lingue hanno lessicalizzato il concetto; qualcosa di simile avviene anche nello sloveno pribežnik ‘rifugiato, profugo’, dove si premette anche qui alla radice il prefisso pri- (cfr. pribežáti ‘rifugiarsi, riparare’, der. di bežáti ‘fuggire’, e ancora slovacco bežať ‘correre’, beh ‘corsa’; ceco běžet, běh; pol. bieżeć, biec; l’origine è il paleosl. běgь, raffrontabile a lit. begti ‘correre’).

Se l’ingl. boat people visualizza nel nome collettivo il senso del viaggio compiuto da tantissimi migranti su mezzi di fortuna, il rifugiato in transito (ingl. refugee in transit, fr. réfugié en transit, sp. refugiado en tránsito, etc.) e il rifugiato economico (ingl. economic refugee, fr. réfugié économique; sp. e port. refugiado económico; ted. Wirtschaftsflüchtling, et.) esprimono provvisorietà, quest’ultimo quasi spogliando i rifugiati del diritto d’asilo:

se qualcuno è rifugiato, lascia il proprio Paese perché è perseguitato. Se qualcuno abbandona il proprio Paese per ragioni economiche, non è vittima di persecuzione. Se non è perseguitato, non è un vero rifugiato. Se non è un vero rifugiato, non dovrebbe godere dei diritti di rifugiato (in termini semplici: non dovrebbe essere accolto come avente diritto di asilo) [M. Reisigl, R. Wodak, L’analisi storico-discorsiva della retorica del razzismo e dell’antisemitismo, in S. Giannini, S. Scaglione (a cura di), Introduzione alla sociolinguistica, Roma, Carocci, 2003, p. 318 sg.].

Ecco i risultati ricavabili dalle altre lingue slave per il tipo c): bulg. бежанец (bežanec) ‘profugo, rifugiato’ (cfr. бегдец [begdec] ‘fuggitivo, fuggiasco’; бягам [bjagam] ‘correre’); sloveno begúnec ‘profugo, fuggiasco’; ceco běženec ‘apolide, senza patria’ (cfr. bez ‘senza’), uprchlík ‘fuggitivo, profugo’ (cfr. prchati ‘fuggire, scappare’, prchavý ‘transitorio, incostante, instabile’; paleosl. prьchati), utečenec ‘id.’ (cfr. utéci fuggire‘, útěk ‘fuga, evasione’; dal paleosl. teko, tekti, probabilmente ‘fluire, correre, trascorrere’); croato izbjeglica ‘profugo’ (cfr. bjegúnac ‘fuggitivo, fuggiasco’, izbjeći ‘sfuggire, sottrarsi’); pol. uchodźca ‘profugo’, uchodźca polityczny ‘rifugiato politico, uciekinier ‘fuggitivo’ (cfr. uchodźič ‘evadere, fuggire’); slovacco utečenec ‘rifugiato, profugo’. Infine ungh. menekült ‘rifugiato, profugo’ (cfr. menekül ‘scappare’); politikai menekült ‘rifugiato politico’; gr. πρόσφυγας ‘profugo, rifugiato’ (e εξόριστος ‘id.’, πoλιτικός εξόριστος ‘rifugiato politico’); irl. dídeanaí; est. pagulane; lett. bēglis; lit. pabėgėlis; finl. pakolainen.

 

Commenti | 2 risposte

  1. Caro Arcangeli,
    molto interessante la sua rassegna che però trovo un poco freddina, come sfogliare un dizionario (ma forse questo è il suo scopo). A me le parole interessano come veicoli di conoscenza, come convenzioni che ci consentono di comunicare semplificando.

    La scelta di questi vocaboli è coraggiosa e denota uno spirito “civile”, come ci si esprime oggi. Plaudo.

    Siamo spesso prigionieri dei banal-buonisti che appiccicano la pecetta di razzista a cuor leggero. Il razzismo merita un discorso tutto per sé. Ma restiamo al tema del giorno.

    Emigrato-immigrato. Dipende dalla sponda dalla quale si guarda il poveraccio che nella speranza di una vita migliore ha il coraggio della disperazione e lascia la propria terra per andare a cercare fortuna altrove, incontrando spesso ostilità e incomprensione. Da Manhattan sono straccioni da disinfettare prima di tutto, da Ellis Island gli occhi sono pieni di speranza, disposti a tutto pur di farcela. Mi vengono in mente i cafoni della Marsica, così ben rappresentati da Ignazio Silone in Fontamara.

    Noi siamo degli esperti e vale sempre la struggente

    Partono ‘e bastimente
    pe’ terre assaje luntane…
    Cántano a buordo:
    só’ Napulitane!
    del grande E.A.Mario, autore di Santa Lucia luntana, Tammuriata nera e La leggenda del Piave. Vox populi, vox dei.

    Siamo tutti emigranti, prima o poi, come c’è sempre un sud, anche al Polo.

    Emigra la povera gente, gli altri si chiamano “fuga di cervelli”. E non piace a nessuno avere un insediamendo, voltato l’angolo, di povera gente sporca e analfabeta. Non siamo missionari.
    Siamo morti nelle miniere e vissuto nelle baracche per fabbricare il maggiolino. Ho conosciuto figli di jump ship, ora direttori di giornali, con incredibili nomi del nostro profondo sud. Oggi indossano con orgoglio la maglietta “Italians do it better”. E gh’hann resòn, porca sidèla.

    Per “l’altro” e per il “rifugiato” vale il discorso di “razzismo”. Da sviluppare separatamente.

    Cordialmente
    Eta Beta

    • L’intento è proprio quello di una “fredda” rassegna da consegnare semplicemente nelle mani dei lettori perché ne facciano quel che credono. Credo molto più utili degli investimenti emotivi, in questi casi, i toni asettici delle tassonomie.